Abbazia di Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra

Posizione

Tolentino

Inserito in uno straordinario contesto naturalistico, il complesso abbaziale è uno dei principali insediamenti cistercensi in Italia. Fu fondato nel 1142 da dodici monaci provenienti dall’abbazia di Chiaravalle di Milano, a cui il duca di Spoleto e marchese di Ancona Guerniero II aveva donato un vasto territorio nei pressi del fiume Fiastra. Oggi è amministrato dalla Fondazione Giustiniani Bandini, a cui è stato affidato nel 1918 dall’ultimo erede dell’omonima famiglia, che ne era entrata in possesso nel 1773 in seguito alla soppressione degli ordini monastici. L’abbazia conserva la struttura originaria e si caratterizza per numerosi esempi di riuso di materiali di spoglio provenienti dalle rovine della vicina città romana di Urbs Salvia. La chiesa abbaziale è una costruzione monumentale che segue i severi schemi architettonici cistercensi, così come l’adiacente monastero con il bel chiostro ricostruito nel XV secolo. Su di esso si aprono pregevoli ambienti come il Cellarium, il Refettorio dei Conversi e la Sala del Capitolo. Da segnalare è anche il Palazzo Giustiniani Bandini, costruito su disegno di Ireneo Aleandri all’inizio del XIX secolo. Dal 1985 una piccola comunità di monaci è tornata a vivere in questi luoghi, riportandovi l’antica spiritualità.

APPROFONDIMENTO STORICO

Figlia di Chiaravalle Milanese, l'abbazia cistercense di Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra fu fondata tra il 1140 e il 1144 in seguito alla donazione di Guerniero II, duca di Spoleto e marchese di Ancona (Cadei, 1978; De Luca 1997) e consacrata nel 1173, anno in cui con ogni probabilità era stato sostanzialmente ultimato l'impianto del complesso, che comunque alla data del 1196 non risultava ancora perfetto. Il ricco monastero, che ottenne la tutela imperiale e fu sottoposto direttamente alla Sede Pontificia con ampie prerogative affidate all'abate, subì notevoli danni nel 1422 a causa del saccheggio di Braccio da Montone, con la demolizione delle volte della navata e del transetto della chiesa, compresa una torre d'incrocio, e del chiostro. Avviatosi oramai alla decadenza, dal 1456 il complesso passò nelle mani degli abati commendatari, che provvidero ad un primo restauro delle strutture danneggiate e alla decorazione pittorica della chiesa (cfr. la Crocifissione del presbiterio commissionata nel 1473 dal cardinale Latino Orsini a Stefano Folchetti), che doveva apparire abbastanza spoglia fatta eccezione per la Madonna con il Bambino affrescata sull'ultimo pilastro a sinistra della navata centrale, ascritta all'ambito dei Salimbeni (XIV sec.), e per la decorazione dei capitelli dal vario repertorio iconografico (cfr. il pesce eucaristico del primo pilastro maggiore Sud; il drago demoniaco del quarto pilastro Sud). Nel 1581 fu ceduto ai Gesuiti - cui si deve la decorazione barocca della chiesa, rimossa dal restauro della seconda metà del secolo scorso, e l'ampliamento degli spazi monastici - fino alla loro soppressione (1773) che determinò la cessione in enfiteusi al marchese camerte Alessandro Bandini, il quale curò la conservazione degli edifici e favorì la ripresa dell'attività agricola. Alla sua morte il figlio Sigismondo affrancò l'abbazia con tutti i suoi beni dall'enfiteusi (1803), che pertanto divennero patrimonio della famiglia Bandini, la quale pur avendo assorbito anche il ramo Giustiniani tuttavia si estinse nel 1918. Tracce di questo passaggio si rinvengono nel neoclassico palazzo fatto erigere nel XIX secolo da Sigismondo, su disegno del settempedano Ireneo Aleandri, sull'area ricavata dalla demolizione del refettorio nell'ala Sud del chiostro e della sala comune dei monaci nell'ala Est (Kinder, 1997) ed, inoltre, nella stessa denominazione della Fondazione che amministra il patrimonio dell'abbazia. Dal 1985 l'abbazia è abitata da una piccola comunità di monaci di Chiaravalle Milanese. Sopravvivono gli ambienti funzionali del chiostro sui lati Est e Ovest con l'ala dei conversi (dediti al lavoro manuale e spesso distaccati nelle grange dell'abbazia), sviluppata su due piani come quella dei monaci con al piano terra il cellarium (magazzino) e il refettorio (a due navate longitudinali costruite con vari materiali di spoglio da Urbs Salvia impiegati anche per altri spazi) e al primo piano il dormitorio secondo una soluzione originale rispetto al modulo cistercense. Nel lato Est del chiostro quadrato, ampiamente ricostruito dopo il 1422 dal commendatario Alessandro Sforza negli ultimi decenni del XV secolo, un corridoio immette nelle grotte, un sistema di gallerie sotterranee risalente al XII secolo, sottostante il coro e le cappelle delle chiese - non il cellario come si deduce dalla stessa pianta di San Gallo dell'830 (Piva, 2003) - con funzione di deposito di derrate deperibili come il vino, che risultava coltivato su vasti appezzamenti abbaziali (Righetti Tosti-Croce, 1993). Dal chiostro attraverso il portale romanico si accede all'ambiente più sacro del complesso dopo la chiesa, la sala capitolare, articolata in sei campate con volte a crociera poggianti su due colonne romane successivamente rivestite in laterizio, funzionale alla lettura dei capitoli della Regola di San Benedetto che doveva avvenire secondo lo spirito dell'iscrizione a destra dell'ingresso ("Parla poco, odi assai et guarda al fine di ciò che fai"). Di poco posteriori gli edifici esterni al chiostro prospicienti la facciata della chiesa, ovvero la foresteria, l'edificio connotato da doppia arcata con bardelloni in cotto decorati, e l'edificio a Nord del nartece della chiesa del XIII secolo. L'impianto dell'abbaziale è a tre navate precedute da atrio e concluse da transetto sporgente. La cappella maggiore rettangolare è fiancheggiata simmetricamente da due cappelle minori su ogni lato, quadrate e voltate a botte con copertura a crociera non originale. Le cappelle a Est, voltate a botte, rappresentano la primissima fase cronologica dipendente dai modelli borgognoni, al pari del transetto e delle prime due coppie di pilastri quadrangolari della navata a partire da Est. Il terzo pilastro della fila settentrionale di tipo cruciforme indica che per la ricostruzione dopo il 1422 si adottò come modello di riferimento l'abbazia milanese, cui si collegano il tracciato, le dimensioni, le proporzioni e la soluzione distinta per la campata doppia del coro monastico. Da segnalare sono anche le anomale semicolonne dei pilastri polistili forti, che si innestano all'altezza di circa metri 2.5 da terra su mensole o peducci di pietra a forma di cono rovesciato, addossate a larghe lesene e quelle tronche dei pilastri minori, che si elevano da terra fino all'altezza dei capitelli dei pilastri forti con funzione di controspinta rispetto alle volte a crociera delle navate laterali (Cadei, 1978), come nell'abbaziale di Chiaravalle della Colomba nel piacentino. L'effetto della navata prima del 1422 doveva essere simile a quello di Chiaravalle della Colomba, pure strutturata in quattro campate doppie (Piva, 2003).